Meeting-point Museo didattico della Seta, via Castelnuovo 9 IL MUSEO DIDATTICO DELLA SETA, 26 aprile 2014

Meeting-point Museo didattico della Seta, via Castelnuovo 9
IL MUSEO DIDATTICO DELLA SETA / THE EDUCATIONAL SILK MUSEUM
Sabato 26 aprile,  ore 14.30/2.30 pm
Itinerario bilingue (IT/ENG), del ciclo Como da scoprire – max 25 partecipanti. Il Museo raccoglie, custodisce, espone le testimonianze della tradizione produttiva tessile comasca: macchine, oggetti, documenti, campionari e strumenti. Gratuito con prenotazione obbligatoria: 031252518/28 – 031264215 [segue]

COMO PAESAGGI URBANI TRA ’800 E ’900, fino al 27 aprile 2014

Spazio Natta, via Natta 18
COMO PAESAGGI URBANI TRA ’800 E ’900
Fino al 27 aprile
I visitatori della mostra saranno condotti attraverso le varie fasi della costruzione della città, dall’epoca di fondazione del castrum romano fino alle pianificazioni degli architetti razionalisti, interrotte dal secondo conflitto mondiale. Ingresso libero

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ALDO GALLI. LUCI E ASTRAZIONI DI CITTÀ

Pinacoteca Civica, via Diaz 84
ALDO GALLI. LUCI E ASTRAZIONI DI CITTÀ
Fino al 28 settembre
Sono esposte oltre trenta opere realizzate fra gli anni Quaranta e Settanta da uno dei più significativi esponenti del periodo del Razionalismo lariano, un gruppo di artisti che ha affrontato l’astrazione fin dagli anni ’30. A cura di Roberto Borghi.  [segue]
Biblioteca Comunale, piazzetta Lucati 1
LE GEOMETRIE DI ALDO GALLI
Fino al 31 maggio
Esposizione di documenti e opere grafiche dell’artista, provenienti dall’archivio conservato in Biblioteca, donazione degli eredi. Dopo il recente riordino, per la prima volta esposti al pubblico studi di gioielli, lettere, foto. Ingresso libero.

PROFILO DI UN GATTO, di Pietro Citati, da L’armonia del mondo. Miti d’oggi, Superpocket Rizzoli, 1998

 

Il gatto s’annoia. Non voglio dire il gatto che vive all’a­perto, e ha un’esistenza movimentata e interessantissima: caccia topi e farfalle, emigra, viaggia, lotta con gli altri gat­ti, combatte con i cani, e conserva nel corpo tarchiato e robusto, nell’aria spavalda e determinata, qualcosa del vi­gore degli antichi felini. Ma il gatto domestico, l’amabile genio che protegge le nostre case, si nasconde sotto i no­stri mobili e carezza le nostre mani, si annoia profondissi­mamente. La sua vita si è ristretta in poche stanze, dove sta confinato, come un prigioniero elegante. Mai nessuno, credo, nemmeno i grandi splenetici e romantici della let­teratura, consumati dalla noia fino all’intimo dell’organi­smo, si è annoiato tanto. Basta guardarlo, in certi istanti in cui non si difende dietro la discrezione: quando lo sguar­do è percorso da acutissimi lampi di noia – noia allo stato puro, noia attraversata da angoscia; ascoltare certi suoi miagolii, pieni di melanconia e di disperazione. Cosa pen­sa? Cosa sogna? Cosa desidera? Non so quanto sia lunga la sua memoria genetica. Come non immaginare che, in quegli istanti, egli sia divorato dal Rimpianto? Come Ada­mo, ha peccato: ha lasciato il suo Eden colorato e selvag­gio; in cambio della malsicura e talvolta crudele protezio­ne degli uomini.

Se il gatto si annoia, non si lamenta. Se leggesse, dete­sterebbe tutto ciò che lo spleen e l’ennui hanno ispirato ai suoi signori. Ingegnoso com’è, il gatto si è proposto di non cedere alla noia: o di trasformarla in un’arte, simile a quella di cacciare o di pescare o di tessere. Fin dai tempi più antichi ha compreso che il modo migliore per vincere la noia è quello di dormire. Guardatelo dopo il sonno. Ca­pite subito che nel sonno egli ha attraversato campi este­sissimi e compattissimi di noia: che ha vissuto, abitato, pe­netrato la noia; e si è lasciato penetrare da lei, come si abi­ta l’oceano durante la circumnavigazione del mondo.

Malgrado tante scoperte della psicologia, non apprez­ziamo abbastanza il sonno: lo giudichiamo soltanto un’in­dispensabile condizione di passaggio, dalla quale risve­gliarci. Non comprendiamo quei mari di freschezza: quel­le discese nella vita vegetale: quella passeggiata rassicuran­te nell’oscuro che ci avvolge e ci protegge; né il riemerge­re, con gli occhi e la pelle distesi. Solo Shakespeare, Goethe, Proust e il gatto hanno capito cosa sia il sonno. Il gatto sa trarne una ricchezza di piaceri e di forze che noi ignoriamo; e raccomando agli insonni di osservarlo con attenzione.

Noi siamo abituati a dormire soltanto nel nostro letto. Lui, invece, conosce tutti i luoghi della casa, adatti a que­sto tempo dell’esistenza: la poltrona più comoda, dove un altro corpo ha lasciato una cuccia calorosa: il letto appena abbandonato dal dormiente e che odora ancora di sonno: il divano dell’entrata, dove qualcuno ha dimenticato un cappotto tenerissimo; e le borse, le valigie, gli armadi pie­ni di federe e di lenzuola. Egli conosce quali siano i gesti più propizi del sonno. Se la nostra buona educazione ci insegna a non sbadigliare, la sua buona educazione gli ha appreso che, quando arriva il sonno (non bisogna mai al­lontanarlo), dobbiamo accoglierlo con precisione: stringe­re gli occhi fino a ridurli a una fessura, sbadigliare a gola aperta, distendere le membra stanche. Quando il sonno è giunto, il corpo del gatto lo gode, istante dopo istante, nel modo più voluttuoso e profondo. Conosce cento modi per dormire: disteso sulla schiena o poggiato su un fianco, con le zampe rientrate sotto di sé, allungato sul ventre, acciam­bellato su sé stesso, trasformato in un morbido gomitolo di piume, quando il sonno è così intenso da trasportarlo nell’abbandonato regno dei gatti. E poi c’è il risveglio. Il gatto lo mima. Spalanca gli occhi, li richiude, e torna a spa­lancarli. Sbadiglia, perché l’uscita dal sonno è simile al­l’entrata. Si inarca. Stende le gambe una per una, le prova e le riprova, per apprendere l’elasticità accresciuta con la quale andrà incontro alla nuova giornata di luce.

Come i monaci, il gatto sa che c’è un altro rimedio con­tro la noia: la contemplazione. E se c’è un momento che mi affascina nella sua vita, è quando sta davanti alla fine­stra. Guarda nella strada. Come vorrei scorgere quello che vede! Credo che veda più in grande di noi: il bambino che esce dal portone con la cartella, il venditore di patate napo­letano che ogni mattina arriva col suo carretto, le automo­bili che parcheggiano sulla strada, – gli sembrano probabil­mente enormi apparizioni. E che strano sguardo. Da un la­to, pieno di interesse. Segue il movimento di una mosca o di una farfalla o di un uomo o di una nuvola in cielo, con la passione di chi guarda con l’intera intensità dell’occhio. Dall’altro, il suo sguardo è – o sembra – vuoto: una specie di pupilla cosmica, che riflette e dissolve in sé tutto ciò che avviene nel mondo. Vorrei essere dietro quegli occhi – e guardare fino a suggere tutta la ricchezza della visione. Se gli avessimo insegnato a dipingere, il gatto dipingerebbe con la grandiosa, meticolosa minuzia di Van Eyck. Solo un gatto ha potuto comporre ilRitratto dei coniugi Arnolfini

Quali che siano i suoi rimpianti, il gatto domestico ama vivere in un mondo chiuso. Può essere più o meno gran­de: un appartamento, la metà di un appartamento, una terrazza, un giardino; comunque, si tratta di un luogo chiuso. A differenza dei cani, molti gatti non desiderano conoscere cosa sta oltre le mura; e talvolta, quando sono piccoli, la visione di una scala – la scala è l’abisso, la verti­gine, l’ignoto – li terrorizza.Il gatto ha dunque scelto il regno degli uomini: lo considera piacevole, divertente, so­pratutto degno di lui. Ma vive dentro questo regno come se fosse separato e difeso da una sottile e infrangibile pare­te di vetro. Non comprenderà mai i nostri dolori come li comprende un cane: il quale, dominato dal suo meravi­glioso istinto mimetico, capisce cosa avviene nel nostro cuore con una simpatia che nemmeno un uomo possiede. Tutti dicono che il gatto è discreto, lontano, irraggiungibi­le. E uno straniero: si aggira tra noi avvolto da una atmo­sfera di elusione e di esclusione. Eppure qualche volta, se l’affetto o la nostalgia o il piacere lo guidano, supera la pa­rete di vetro e dorme tra le nostre braccia come un figlio.

Vivendo con noi, accetta i nostri oggetti. Certuni lo la­sciano indifferente. Non ama, per esempio, le porte. Ma, per certi altri, ha una passione travolgente. Se i mazzi di fiori freschi gli sembrano ineleganti nel loro inutile sfog­gio di colori, qualsiasi vaso di fronde e di fiori secchi, così delicatamente monocromo, lo rende felice. Si avvicina, si allunga, si appoggia bene per terra, accarezza o ghermisce con la zampa i gambi, le foglie, i rami, i fiori secchi, che crepitano come una musica celestiale sotto il suo tocco sa­piente. Sopratutto, adora le penne stilografiche. Quando scrivete, potete esser certi che presto balzerà sulla tavola o sul leggio e si avvicinerà a voi, affascinato dai segni che la vostra mano lascia sulla carta bianca. Allunga la zampa. Vorrebbe guidare, accompagnare o correggere la mano che scrive. Guarda la carta. Appena vi allontanate, salta sul tavolo, e fa cadere la penna a terra, la svita, la rotola sul pavimento, attende un miracolo che non avviene, e na­sconde la penna sotto il tappeto o la cassapanca. Guarda­telo bene, e ne capirete la ragione. Triangolare e appunti­to, il gatto ha il volto e l’astuzia artigiana dello scriba egi­zio, che abita il Museo del Cairo e il Louvre.

La casa del gatto non è quella che voi abitate. Per ognu­no di voi, è ciò che appare: uno spazio di superfici visibili. Il gatto la trasforma: la casa, per lui, è il luogo del nascosto. Non c’è nulla che egli ami tanto come ciò che sta celato, protetto, circondato, difeso. Ama il cesto della biancheria, il carretto della spesa, il frigorifero, la lavastoviglie, la vasca da bagno, il bidè, il cestello delle verdure, gli armadi, i cas­setti chiusi. Quando può, vi si insinua, e ne prende possesso per dormirvi uno dei suoi sonni morbidi e senza fine. Quando si precipita così volentieri in salotto, dal quale lo cacciate senza pietà, è perché si vuole nascondere sotto i di­vani e le poltrone. Si cela sotto una poltrona, e poi fugge fulmineo sotto un’altra, e sotto un’altra ancora, dalla quale, invisibile, controlla ciò che accade nella stanza. Chissà da cosa nasce questo amore. E il ricordo della tana, dove tanti secoli fa abitava? O condivide il piacere del nascosto con i bambini? Oppure, animale egizio, sa che il cuore del mon­do è il segreto, e tutti i luoghi che simboleggiano il segreto?

Qualche volta, ruggisce. Voi avete l’impressione che egli reciti una parte: quella del felino selvaggio, che ha scelto di non essere, o addirittura quella della tigre. Da quel mo­mento, egli si abbandona alla più fantastica teatralità, co­me se la sua e vostra casa fossero una scena. Balza sulla ta­vola, poi sulla libreria, e poi sull’armadio: discende, corre tra i tavoli, fugge attraverso le camere, di colpo si arresta: salta su tre poltrone, si nasconde sotto un divano, cerca di arrampicarsi sulla tenda; corre più veloce, insegue sé stes­so, e appare di nuovo nello studio, silenzioso e precisissi­mo nei movimenti. Ha dimenticato ogni noia. Non deside­ra dormire né contemplare dalla finestra. Per un quarto d’ora, la casa amatissima dove sta rinchiuso, la casa del ci­bo e del segreto, è tornata la foresta primigenia, l’intrico fantastico di tronchi e di rami e di sentieri e di biforcazio­ni, dove con la mente non ha mai cessato di vivere.

 

In Pietro Citati, L’armonia del mondo. Miti d’oggi, Superpocket Rizzoli, 1998