Centro Studi “La permanenza del Classico”- Università di Bologna, Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale.
“Madri” (2007).
Giovedì 10 maggio 2007.
“Mater terra”
Commentano: Massimo Cacciari e Cornelia Isler-Kerényi.
Letture da Esiodo, Lucrezio, Virgilio, Seneca, Goethe, Nietzsche, Schmitt.
Interpretazione: Monica Guerritore e Roberto Herlitzka.
Fonte video: sito internet Università di Bologna.
la causa generale è nota ed è sempre la stessa; cioè la spinta della placca africana contro quella euroasiatica per cui abbiamo gli Appennini che viaggiano in direzione delle Alpi. Lo scontro accumula energia che viene liberata dal terremoto. La Pianura si accorcia da Nord a Sud di qualche millimetro all’anno e in prospettiva, fra qualche milione di anni, sprofonderà sotto la catena alpina. Questo fenomeno scuote da millenni la regione, sia pure, con un’intensità non rilevante, almeno da quando ne abbiamo traccia.
Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può comunicare
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165
“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”
Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può comunicare
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165
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“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”
Al di là del parco, al di sopra dei campi fumiganti, scivolò dentro il paesaggio un arcobaleno; i campi finivano sul limitare oscuro e dentellato di un lontano bosco di abeti dove si inarcava una parte dell’arcobaleno, e in quel tratto il bordo della foresta scintillava magicamente attraverso il velo iridescente verde pallido e rosa che lo schermava: una dolcezza e uno splendore tali da ridurre al rango di parenti poveri i colorati riflessi romboidali che il ritorno del sole aveva proiettato sul pavimento del padiglione.
Un attimo dopo cominciava la mia prima poesia. Che cosa la scatenò? Credo di saperlo. In assenza di vento, il semplice peso di una goccia di pioggia che brillava, godendosi il suo parassitico lusso, su una foglia cordata, ne aveva inclinata la punta, e quello che pareva un globulo di mercurio aveva eseguito un improvviso glissando lungo la nervatura centrale, quindi, ormai spoglia del suo lucente fardello, la foglia, sollevata, si era di nuovo distesa. Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime: dico volutamente «picchiettio» perché, quando arrivò una raffica di vento, gli alberi si diedero allegramente a gocciolare tutti insieme, in un’imitazione del recente rovescio di pioggia, rozza quanto lo era la strofa che già mormoravo se paragonata al mio brivido di meraviglia nell’istante in cui cuore e foglia erano stati una cosa sola.