Bosco · Terra

William Wordsworth, C’è stato un tempo che bosco, rivo e prato, la terra …

C’è stato un tempo che bosco, rivo e prato,
la terra e ogni vista consueta
a me davvero son sembrati
cinti di luce celestiale
del candore e sfolgorio di un sogno.

Alberi · Terra

Viaggio nell’estate indiana, di Claudio Visentin – Il Sole 24 ORE 2 ottobre 2011

Per estate indiana s’intende quel periodo di bel tempo tra ottobre e novembre che di solito nell’emisfero settentrionale segue ai primi geli, quando già le foglie hanno cambiato colore, ma non è caduta ancora la prima neve. La tela dei ragni si fa argentea alla mattina e c’è tutta l’intensità struggente di un caldo che non durerà, qualcosa di bello destinato a svanire presto. L’etimologia è incerta. Forse si parla di estate indiana perché l’autunno avanzato era la stagione nella quale i pellerossa sospendevano i loro attacchi per mettere al sicuro i raccolti di zucche e granoturco. Ma il termine potrebbe avere anche una sfumatura negativa, derivante dall’immagine stereotipata dell’indiano come mentitore e incapace di tenere la parola data: ecco quindi che indian summer sarebbe sinonimo di “falsa estate”. Noi parliamo piuttosto di estate di San Martino, ovvero i giorni intorno all’11 novembre, quando i contratti agricoli giungevano a scadenza e, se non erano stati rinnovati, i contadini dovevano trasferirsi in un’altra fattoria (tanto che «fare san Martino» in molte regioni è sinonimo di «traslocare», quasi sempre di malavoglia).

da Viaggio nell’estate indiana – Il Sole 24 ORE.

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Il Genius loci ovvero lo spazio vissuto, da Contributi a una cultura dell’Ascolto CAMMINARSI DENTRO di Gabriele De Ritis

Un grazie fortissimo al mio amico Gabriele De Ritis che, il 14 agosto, mi ha dedicato questo post sul suo sito CAMMINARSI DENTRO

PAOLO FERRARIO, Passeggiando in un giardino a terrazze sul lago

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Presentazione del volume Angelicamente. Il significato dell’Angelo nella cultura del nostro tempo (edito da Zephyro Edizioni nel 2010) – Paolo Ferrario qui illustra il senso del suo saggioIl Genius Loci come angelo del luogo, pp.45-57 

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Via della Vite, Via delle Barche, Via all’Orto 

Via del Caco, Largo del Noce, Via del pollaio 

Largo della Pergola, Orto Verde, Terrazza, Largo del Tiglio 

da Contributi a una cultura dell’Ascolto CAMMINARSI DENTRO (226): Il Genius loci ovvero lo spazio vissuto : Ai confini dello sguardo.

Alberi · Terra

Alla ricerca del genius loci

Alla ricerca del genius loci
A Verucchio (Rimini) era manifestamente questo cipresso secolare. Secondo la leggenda sarebbe stato piantato da San Francesco in persona. Il santo infatti.
<http://www.spacetravelnotes.com/alla-ricerca-del-genius-loci>

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Passeggiando in un giardino a terrazze sul lago

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Home, film sulla sostenibilità della Terra, Yann Arthus-Bertrand, fondazione GoodPlanet

 

 

 

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GENIUS LOCI: LO SPIRITO DEI LUOGHI, a cura Associazione Culturale Erodoto, Como

GENIUS LOCI: LO SPIRITO DEI LUOGHI
Chiostrino di Sant’Eufemia, Piazzolo Terragni – Como

Dal 26 settembre al 24 ottobre 2010, dalle 11 alle 18, orario continuato; giorni: dal martedì alla domenica, lunedì chiuso; Ingresso libero

Catalogo Vanilla Edizioni in mostra (7 €)

A cura di: Associazione Culturale Erodoto
Direzione artistica: Jessica Anais Savoia
Artisti: Jalisco Pineda, Nicoletta Brenna
Contributo artistico: OLO creative farm, per il montaggio video; Diego Casartelli per le fotografie sulla Valle del Cosia

Genius Loci è un ambiente in cui l’arte contemporanea, attraverso una video installazione, sculture in creta, bassorilievi, incisioni, fotografia, suoni, odori e installazioni spaziali, diventa mezzo di connessione tra lo spettatore e il suo io più intimo legato al ricordo e al contatto con la natura e il suo Genius Loci.
Ognuno di noi conserva dentro sé il segreto di un incontro intimo e personale con i luoghi che ci circondano, che ci appartengono o a cui siamo appartenuti. In questa mostra possiamo ritrovare quel ricordo, quella sensazione, quel momento.
Basta guardare, annusare, ascoltare e sentire, attraverso i tre piani espositivi, rapiti dalla magia di questo splendido Chiostrino nascosto nel centro storico di Como. Possiamo vivere in prima persona questa rassegna, vivere le opere, le piante, il verde che fa parte imprescindibile dell’allestimento, o ascoltare le testimonianze raccolte tra professionisti e professori che nel catalogo e durante le due conferenze (9 e 23 ottobre), ci parleranno del Genius Loci della Provincia di Como, del suo lago, ma anche dell’aspetto filosofico di questa figura, della simbologia del bosco e dell’albero

da: Associazione Culturale Erodoto

 

Elementi materiali · Fuoco · Severino Emanuele · Terra

L’eruzione vulcanica di Eyjafjallajokull: il dominio della Tecnica al cospetto della Natura | Tracce e Sentieri

Eyjafjallajokull significa “Ghiacciaio dei monti sulle isole”.
Questo vulcano del Nord era rimasto silenzioso per 187 anni.
Ma in questi giorni si è risvegliato e ha paralizzato il traffico aereo europeo.
L’umanità, che è ospite sulla terra che le pre-esiste, ha dovuto prendere atto dei suoi limiti e soggiacere ai suoi ritmi geologici.
E’ stato un grande insegnamento.
Anche se presto la specie umana dimenticherà, purtroppo.

Emanuele Severino trova in questo evento una conferme ai fondamenti del suo immenso pensiero:

Quando la tecnica si arrende alla natura

Secondo la scienza l’Universo è incominciato con un’immane catastrofe, il big bang che ha squarciato i «sovrumani silenzi», e terminerà con un’altra non meno gigantesca catastrofe, l’entropia, la degradazione dell’energia, che a quei silenzi riconduce. Nel frattempo altre catastrofi devastano l’Universo e la Terra. Tra l’una e l’altra, intervalli che all’uomo sembrano lunghissimi e nei quali, d’altra parte, e frequenti, altre «minori» catastrofi si producono, quelle che uccidono migliaia di persone e di cui danno notizia i mass media. Il potenziale tecnico dell’uomo non è ancora in grado di fronteggiarle. Come sta accadendo con l’eruzione del vulcano islandese. Quel potenziale è invece in grado di gareggiare con la distruttività del fenomeno entropico: se scoppiasse un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Russia la terra sarebbe distrutta tanto quanto potrebbe esser distrutta dalla «Natura». Sul piano della distruttività Tecnica e Natura si combattono alla pari.

E dire che la Natura «si ribella» ha senso solo in relazione ai progetti dell’uomo. La sua ribellione, inoltre, può essere ben più radicale di quelle a cui ci è dato di assistere. A volte ci si trova di fronte ad affermazioni che sembrano inoffensive. Ad esempio questa, che le leggi della scienza (da cui la Tecnica è guidata) sono ipotetiche, cioè non sono verità assolute. Spesso gli scienziati se ne dimenticano. Ma l’ipoteticità delle leggi scientifiche significa ad esempio che un corpo, abbandonato a sé stesso, da un momento all’altro, invece di cadere verso il basso potrebbe andare verso l’alto. Qui la ribellione possibile della Natura è ben più radicale. La provvisorietà della destinazione della Tecnica al dominio del mondo è ancora più marcata.

Si fa avanti, in tutta la sua gravità, il problema della salvezza dell’uomo. Chi ci pensa? Quelli che si danno da fare per uscire dalle crisi economiche e politiche?
Sì, a quel problema le religioni si rivolgono. Ma con la fede. E la fede è ipotetica come le leggi della scienza. Ma l’uomo è destinato ad aver a che fare soltanto con ipotesi e a soppesare soltanto con ipotesi il pericolo da cui è circondato?

in Il Corriere della sera 18 aprile 2010


 

da: L’eruzione vulcanica di Eyjafjallajokull: il dominio della Tecnica al cospetto della Natura | Tracce e Sentieri.

Careno · COATESA: frazione di Nesso · GENIUS LOCI · pietre · Storia e Economia

Lago di Como: IL TERRITORIO E LE PIETRE, Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28

 

Nel territorio insubrico numerosi sono i luoghi in cui in passato erano attive cave di materiale da costruzione.

Come dappertutto, in età preindustriale, si faceva di necessità virtù: recuperando in luogo tutto quello che si poteva, specie se questi materiali erano voluminosi e pesanti e quindi difficili (e costosi) da trasportare. La notevole varietà geologica e morfologica del territorio prealpino tra Lago Maggiore, Lago di Lugano e Lago di Como, mise a disposizione dei costruttori un ampio ventaglio di pietre e marmi, così che l’estrazione e la lavorazione dei materiali di cava fu a lungo uno dei mestieri tradizionali della zona.

Oggi molte di queste cave non sono più in attività. Molte sono letteralmente scomparse, riassorbite dalla natura o – più spesso – cancellate dall’espansione edilizia. Di alcune si hanno solo imprecisabili notizie storiche. Altre sono addirittura avvolte nel mito o nel mistero.

L’indagine sulle antiche cave del territorio insubrico ha messo in luce che nell’attuale provincia di Como in almeno 20 comuni erano presenti luoghi di estrazione, nell’attuale provincia di Varese in almeno 23 comuni, nel Cantone Ticino in non meno di 81. A questa notevole quantità di testimonianze corrisponde un’altrettanto ampia varietà di qualità.

Nel territorio si cavavano e si lavoravano:

marmi: a Musso (bianco), a Varenna (nero), a Peccia;

graniti: a S. Fedelino e in molti luoghi del Ticino;

pietre, a volte chiamate “marmi”: ad Arzo, a Viggiù;

la pietra calcarea di Moltrasio, diffusa in molti luoghi lungo le sponde del Lario e nel Cantone Ticino;

la pietra molerà: presso Como, in Ticino e in provincia di Varese;

porfidi: in provincia di Varese e in Cantone Ticino;

il tufo lombardo: presso il Lario, in Valle Intelvi, a Ganna, nel Mendrisiotto e presso il Ceresio;

trovanti, diffusi in modo sporadico in tutto il territorio insubrico;

ceppo: lungo i corsi d’acqua (Adda, Olona, Seveso, Lambro);

alabastro: sul Monte Bisbino, in Valle Intelvi, a Induno Olona.

La pietra di Moltrasio

I più famoso e più usato materiale da costruzione della zona insubrica è noto come “pietra di Moltrasio”, forse perché, come riportato dalle credenze popolari pur in assenza di documenti, lì ebbe inizio la pratica di cavare e lavorare questa pietra. Ma altri toponimi indicano l’importanza delle cave: Carate (“Car – ate” significherebbe in celtico “luogo della pietra”), Cavadino (frazione dello stesso comune) o Careno (sulla sponda opposta del lago).

La zona fra il Lario e il Ceresio, in Italia come nel Cantone Ticino, è disseminata di luoghi nei quali si aprivano cave di pietra di Moltrasio. La formazione rocciosa di questo calcare selcifero presenta un ampio areale, che interessa le due rive del ramo comasco del Lario per parecchi chilometri: in quella occidentale, dai pressi di Como, seguendo il versante italiano del Monte Bisbino, affiora fin oltre Argegno, in quella orientale fino a Lezzeno.

Le cave sono quindi concentrate da una parte nell’immediato retroterra di Moltrasio e di Carate Urio (dove esistevano svariate cave ora abbandonate lungo la mulattiera per i Monti di Carate), dall’altra a livello del lago soprattutto nei pressi di Faggeto Lario, Pognana, Careno di Nesso. Altre cave sono localizzate in Valle Intelvi (Blessagno, Schignano, Lanzo ecc.) e sul versante svizzero della zona montagnosa fra Bisbino e Generoso, a Salorino, Castagnola, Morbio Inferiore, Sagno, Brè, Bruzella, Castel San Pietro, Gandria.

Le uniche cave tuttora in attività sono quelle di Careno e di Faggeto. Notizie geologiche e petrografiche

“Pietra di Moltrasio” è il termine con cui gli studiosi del secolo scorso denominarono quel grande complesso di calcare selcifero che occupa la zona compresa tra il Luganese e l’Alta Brianza.

È formato da calcari silicei di colore grigio scuro, leggermente bituminosi con intervalli calcarenitici e frequenti noduli o liste di selce nera. La stratificazione è ben sviluppata e marcata e gli strati hanno spessori che variano da meno di un centimetro sino a un metro.

Il comportamento meccanico della roccia è influenzato anche dallo stato di degrado della pietra. Il materiale sottoposto a prove di resistenza a compressione e a flessione indiretta non presenta, all’osservazione visiva, alcuna deformazione. Le pietre impiegate nelle costruzioni, oltre a presentarsi spesso alterate nel colore (soleggiabilità), sono a volte tanto degradate da consentirne il distacco in scaglie.

L’Impiego della pietra

Sin dall’Età Romana è documentato l’impiego a Como della pietra di Moltrasio come materiale da costruzione per opere di pavimentazione stradale realizzate in lastre quadrangolari e per la cinta muraria di età cesariana.

La lavorazione della pietra rivestiva un ruolo determinante nell’economia locale: questo

è riscontrabile sin dal trecento, le plodas (o piode, o piotte) avevano un valore estrinseco,

rapportabile alla moneta corrente d’allora. Le piode sono lastre sottili di color grigio

scuro utilizzate per le coperture degli edifici in tutta l’area lariana e ticinese.

Le prime testimonianze che attestano l’impiego del “Moltrasio” in un’opera architettonica

di rilievo, la Fabbrica del Duomo di Como, risalgono al periodo 1482-85.

La pietra moltrasina veniva utilizzata anche per produrre calce.

‘ La diffusione ottocentesca delle cave

Preziose indicazioni sulla localizzazione delle cave antiche, attualmente abbandonate, sono riportate nelle guide ottocentesche.

A Carate Urio l’estesa zona estrattiva si sviluppò a mezza costa sfruttando il pendio montuoso. Caratteristici del luogo sono i cosiddetti garuf (ovvero accumulo di pietre), che indicano la presenza di terrapieni realizzati con il materiale di scarto dell’escavazione. La localizzazione delle cave caratesi, tutt’ora difficilmente raggiungibili, deve essere stata determinata dalla presenza di una roccia facilmente lavorabile, dalle stratificazioni regolari e frequenti.

Interessanti notizie riguardanti cave un tempo aperte in Valle Intelvi sono contenute nel manoscritto di U. Bellini La Valle Intelvi. Note geografiche e storiche del 1898: “Quanto alle industrie minerarie diremo essere in esercizio nella valle (…) due cave di pietra da costruzione nel comune di Claino (presso il lago di Lugano) e una in quello di Cerano, oltre a parecchie altre estemporanee in varie località della valle, le quali vengono occasionalmente fruite dai singoli proprietari o da questi concesse ad altri in temporaneo esercizio”.

Lungo la sponda orientale del Lario, all’altezza dell’attuale strada statale, si vedono le uniche cave ancora attive: il “Catozz” di Careno e la “Pliniana” di Faggeto. Entrambe si sono sviluppate nel secondo dopoguerra in seguito alla diffusione dei mezzi di trasporto su gomma. In quel periodo devono essere state chiuse le sottostanti cave lungo il lago (“Verdura”, “Mulesel” e “Corno”), nelle quali il trasporto delle pietre avveniva tramite le gondole e i comballi.

Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28

Vedi anche:

pietre

Le pietre sono maestre mute, 7 settembre 2008

Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore  che da esse si apprende non si può comunicare

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165

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“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”

Gabriele De Ritis

Giardini del lago di Como · Terra

Le pietre sono maestre mute …

Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può comunicare

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165

 

 

 

“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno” 

Gabriele De Ritis, in Commento 1


 

baia di coatesa · Camminare in COMO città · contare i passi · DIARIO di Amaltea · GENIUS LOCI · Gradini · Noi · pietre · stare

Camminare per 500 passi … | da Tracce e Sentieri, 2007

Dalla casa sul lago al posteggio occorre camminare per circa 500 passi (di cui 77 scalini).
Nel mese di novembre lassù il sole cala già alle 15 e alle 18 è buio pesto.

Quei passi, calcati nel buio, fanno ancor più riflettere sullo scorrere del tempo.

A metà percorso una breccia nel muro 

fa vedere il disegno della baia.

Mi piace contare i gradini e stupirmi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura non mia ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.

76 sono per esempio i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera che scende a lago.

Tra il 74 e il 75° c’è il respiro di un passo. E gli ultimi due degradano più dolcemente. Quando li ripercorro in senso contrario, al 48° c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. Sembra un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che fa parte del mio paesaggio dell’anima.

Mi piace contare i gradini quando apro il cancello. 9 gradini e il corridoio sotto il cupolone delle viti, verdi e pesanti con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Oggi pomeriggio con Lu abbiamo riflettuto su queste parole di Silvia Montefoschi:

“Il problema fondamentale è che nella reale intersoggettività i contenuti su cui i due riflettono insieme sono contenuti che riguardano entrambi. Il punto di partenza implica il concetto che la dinamica dell’uno è uguale alla dinamica dell’altro. Tutte le dinamiche che emergono appartengono ai due e, via via riflettendo scoprono insieme che queste dinamiche appartengono a tutta l’umanità e si passa in un ambito di ricerca filosofica, in cui la dinamica umana coincide con la dinamica dell’essere.

Come si parla di intersoggettività ? non ci si può limitare a dire tu sei un soggetto non sei un oggetto, ma occorre trattare un contenuto comune, perché se ci si limita a trattare i problemi del paziente non è mica intersoggettività. In “al di là del tabù dell’incesto” dico che in gioco deve entrare anche la problematica del soggetto analista. Metterei in evidenza questo problema. Nell’intersoggettività come ne parlo io ciò che emerge è un contenuto universale”

da Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi


Camminare per 500 passi, il buio presto, una breccia sulla baia, il tema dell’intersoggettività, una canzone … sono eventi che stanno assieme solo se gli si dà peso ed importanza. Come quando sulla rena di una spiaggia ciottoli, alghe, legni e barattoli formano una figura che appare dotata di significato.
E’ la relazione fra gli oggetti e il soggetto che si può provare a far agire dentro di sè.

ascoltiamo John Foxx & Harold Budd, Here And Now, in Translucence, 2003