Anche le piante ci sentono
Le scoperte arrivano dal gruppo di ricerca guidato da Stefano Mancuso,
direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale e socio
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<http://www.tgcom24.mediaset.it/perlei/articoli/1041488/anche-le-piante-ci-sentono.shtml>
Categoria: Alberi
IL TIGLIO, di Michelle Karen Sandonà
Immaginate un uomo che quando nasce suo figlio pianta un tiglio, un albero a chioma larga, poderoso, che s’impone vasto sotto il cielo.
Ed immaginate con quanta cura sceglie il terreno, il punto in cui crescerà, l’inclinazione la curva! E come muove la terra, come lo copre, lo accarezza, lo tocca, uniformando con la mano il terreno, la piccola conca preziosa che ricopre le radici, ancora fibrose, indecise.
Insieme ad esse pianta la sua radice, la sua emozione, la sua speranza!
Lo osserverà ogni giorno i primi giorni, per assicurarsi che attecchisce, che beve bene la luce.
Deve ancora convincersi che ci sia, che sia reale, vita anch’esso dentro un’altra vita che l’ha rinnovato e reso felice.
Ed il tiglio cresce. Si mostra subito nella sua convinta altezza. Comincia a regalargli ombra d’estate e foglie in inverno, dorate foglie accartocciate che con un salto vanno a posarsi oltre la finestra aperta, vicinissime al letto. E’ come se acconsentissero anch’esse ad una scelta, un divino, una lieve felicità.
Si crea un connubio taciuto tra il tiglio, il figlio e l’uomo: la triade perfetta dagli angoli uguali!
Ed ora immaginate che il tiglio crescendo, dopo tanti anni, sprofondi dal terreno con forza ed urti il marciapiede, crei piccole radici che invece di oscurarsi vanno verso la luce.
Allora l’uomo si piega, lo riassesta con cura, apre il terreno e…copre e non copre, perchè la radice respiri ..là dove vuole e ha deciso….. perchè sia aperta alla luce.
Ed ora immaginate quell’uomo che cammina, che pensa, che sceglie, che parla e….beve un caffè.
Non ha anch’esso l’aria di un tiglio…saldo, deciso, piantato?! Un tiglio che affonda radici e beve la luce! Un tiglio che cresce là dove è stato piantato, curato, amato?
Io lo vedo quell’uomo…diritto…deciso…rivolto a quella terra ….a quel cielo!!!
di Michelle Karen Sandonà
GENIUS LOCI: variazioni su una mappa
… IL NOSTRO FAMOSO ALBERONE, IL VECCHIO FAGGIO PLURICENTENARIO, SOPRA L’ALPE DI ORIMENTO D’INTELVI….
trovati nella notte e nel giorno di Natale
da una lettera di Luciana a una amica
presentazione del libro “Rogolone, storia di un grande albero”, AUDIO di Marco Ballerini, 18 dicembre 2011, a Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti
presentazione del libro “Rogolone, storia di un grande albero”
Un libro dedicato al grande e colossale monumento naturale di Grandola ed Uniti: il rovere secolare per eccellenza!!!
Con l’attore MARCO BALLERINI che ha recitato:
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L’evento si è tenuto domenica 18 dicembre alle ore 16 presso Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti
Rogolone, storia di un grande albero”, domenica 18 dicembre alle ore 16 presso Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti
presentazione del libro “Rogolone, storia di un grande albero”
Un libro dedicato al grande e colossale monumento naturale di Grandola ed Uniti: il rovere secolare per eccellenza!!!
Con l’attore MARCO BALLERINI
L’evento si terrà domenica 18 dicembre alle ore 16 presso Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti
Nell’occasione il museo è aperto al pubblico.
Calorosi saluti da Attilio Selva
ASSOCIAZIONE STORIA NATURA E VITA
Alberi
Alberi
… al di là del parco, al di sopra dei campi fumiganti, scivolò dentro il paesaggio un arcobaleno …. , Vladimir Nabokov, lettura di Domenico Pelini
Al di là del parco, al di sopra dei campi fumiganti, scivolò dentro il paesaggio un arcobaleno; i campi finivano sul limitare oscuro e dentellato di un lontano bosco di abeti dove si inarcava una parte dell’arcobaleno, e in quel tratto il bordo della foresta scintillava magicamente attraverso il velo iridescente verde pallido e rosa che lo schermava: una dolcezza e uno splendore tali da ridurre al rango di parenti poveri i colorati riflessi romboidali che il ritorno del sole aveva proiettato sul pavimento del padiglione.
Un attimo dopo cominciava la mia prima poesia. Che cosa la scatenò? Credo di saperlo. In assenza di vento, il semplice peso di una goccia di pioggia che brillava, godendosi il suo parassitico lusso, su una foglia cordata, ne aveva inclinata la punta, e quello che pareva un globulo di mercurio aveva eseguito un improvviso glissando lungo la nervatura centrale, quindi, ormai spoglia del suo lucente fardello, la foglia, sollevata, si era di nuovo distesa. Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime: dico volutamente «picchiettio» perché, quando arrivò una raffica di vento, gli alberi si diedero allegramente a gocciolare tutti insieme, in un’imitazione del recente rovescio di pioggia, rozza quanto lo era la strofa che già mormoravo se paragonata al mio brivido di meraviglia nell’istante in cui cuore e foglia erano stati una cosa sola.
da Vladimir Nabokov, Parla, Ricordo. Adelphi









